Un viaggio attraverso il Rock

Personale guida per scoprire le perle dell'età dell'oro...

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Nome: Jimi Narcone
batterista fricchettone e praticante avvocato con un impervio ma interessante futuro davanti. almeno si spera!

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domenica, 15 giugno 2008

Sulle rive della costa irlandese


ci allontaniamo soltanto in questa occasione e senza neanche andare troppo distanti dall’immenso viale del rock per farci incantare dalle sonorità antiche e verdeggianti del folk irlandese!

 
 
Le direzioni son facilmente rintracciabili, dal momento che la tradizione celtica è stata assorbita e rimodellata perfettamente da un’epica tripletta, la quale annovera

- Planxty, indiscutibilmente la band cardine dell’intero movimento;

- The Chieftains, capitanati da Paddy Moloney, che iniziarono nel lontano 1964 ma che soltanto verso la metà degli anni Settanta riescono a svoltare verso il successo;

- The Bothy Band, progetto nato dall’iniziativa di un ex dei Planxty, Donal Lunny, nel 1975.

 
Se per i Chieftains

 

 
e per la Bothy Band
 

 
si può benissimo consigliare una raccolta, che sintetizzi al meglio le rispettive peculiarità, per i Planxty è invece imprescindibile l’ascolto dell’album d’esordio, l’omonimo del 1972,

 

 
in cui i brani tipicamente tradizionali, ritmici e danzanti come “Raggle Taggle Gypsy - Tabhair Dom Do Lamh”, “Arthur Mc Bride” e “The Jolly Beggar – Reel”, vengono innestati con sonorità che derivano dall’est europa, come in “The Blacksmith”, con fantastici intermezzi strumentali, quali “Planxty Irwin”, “Si Bheag, Si Mhor” e “Junior Crehan's Favourite - Corney Is Coming”, nonché a soavi e struggenti “Sweet Thames Flow Softly”, “The West Coast Of Claire” e “Only our rivers”.

L’atmosfera che ci circonda evoca cerimoniali religiosi, riti magici ed allegre feste popolari , a cui il nostro animo sente di avervi già assistito e partecipato!


Planxty:
Andy Irvine - voce, bouzouki, mandolino e armonica
Dònal Lunny - voce, sintetizzatore, bouzouki
Liam O'Flynn - uillean pipes
Clive Collins - violino
Dave Bland - concertina
Kevin Conneff - bodhràn
Bill Whelan - tastiere

Discografia:
Planxty (Polydor, 1972)
The Well Below The Valley (Polydor, 1973)
Cold Blow And The Rainy Night (Polydor, 1974)
The Planxty Collection (Polydor, 1976)

The Chieftains:

Paddy Moloney - uilleann pipes, tin whistle, fisarmonica, bodhrán
Matt Molloy - flauto, tin whistle
Kevin Conneff - bodhrán, voce
Seán Keane - fiddle, tin whistle
Martin Fay - fiddle, bones & spoons
Derek Bell - arpa celtica, tastiere, oboe

Discografia:
The Chieftains 1 (Shanachie, 1965)
The Chieftains 2 (Shanachie, 1969)
The Chieftains 3 (Claddagh, 1971)
The Chieftains 4 (Shanachie, 1973)
The Chieftains 5 (Shanachie, 1975)
The Chieftains 6: Bonaparte's Retreat (Shanachie, 1976)
The Chieftains Live! (Shanachie, 1977)
The Chieftains 7 (Columbia, 1977)
The Chieftains 8 (Columbia, 1978)
The Chieftains 9: Boil the Breakfast (Claddagh, 1979)
The Chieftains 10: Cotton-Eyed Joe (Shanachie, 1980)

The Bothy Band:
Donal Lunny - chitarra, bouzouki
Paddy Keenan - uillean pipes
Matt Molloy - flauto
Paddy Glackin - violino
Tony MacMahon - fisarmonica

Discografia:
The Bothy Band (Green Linnet, 1975)
Old Hag You Have Killed Me (
Green Linnet, 1976)
Out Of The Wind, Into the Sun (
Green Linnet, 1977)
After Hours (Live in Paris) (
Green Linnet, 1979)
Best Of The Bothy Band (
Green Linnet, 1983)

domenica, 11 maggio 2008

La delicata follia dei Comus


Ho a lungo ascoltato, in queste settimane, un particolare lavoro di una delirante congregazione di visionari, tentando di percepire qualche ulteriore rivelazione che delinea a forti tinte il confine labile e sfuggente che separa le buone composizioni dalle pietre miliari fondamentali e senza tempo.

La vena realizzativa dei Comus era talmente carica di genialità nel 1971, quando realizzarono

First utterance

 

da non lasciare più spazio a dubbio alcuno: siamo dinanzi ad una vera perla. Già l’inizio è travolgente, grazie a “diana”, in cui si viene letteralmente travolti dall’irrefrenabile impeto che contraddistinse la band di Wootton, mediante incroci di chitarre arpeggiate, violino e percussioni favolosamente guidate da una voce vorticosa e bizzarra, ottimamente supportata dal soave canto della Watson. Ma è solo l’inizio: un inquietante sibilo introduce il brano più complesso, “the herald”, dalle atmosfere bucoliche e quasi serene, con una prima parte ricca di arpeggi improvvisamente arrestati da un solitario violino, che ci riporta agli armoniosi vocalizzi della Watson. Eppure i Comus, pazzi e ossessivi visionari, ben han saputo miscelare intermezzi sereni ed equilibrati con un panorama folle e schizofrenico, come emerge inequivocabilmente nei brani centrali, “drip drip” e “song to comus”: l’introduzione, con chitarra e flauto, è quasi ingannevole e lo si intuisce sull’intonazione delle prime strofe, che poi esplodono in una voce dura e martellante; per fortuna la matrice folk, ottimamente integrata da un’impostazione progressive, impedisce ogni volta di intraprendere percorsi ostili o poco ascoltabili, e perciò, nonostante la ricchezza dei suoni incrociati, sembra che siano trascorsi appena alcuni istanti e si è già all’accelerata e saltellante “the bite”! La conclusione è dietro l’angolo: un breve strumentale, “bitten”, con la sua nevrotica viola ed una feroce esplosione, è il preludio ideale a “the prisoner”, ovvero il dialogo tra uno schizzato e le sue voci interiori…



Ogni altra descrizione sarebbe superflua, poichè i Comus agiscono irrimediabilmente nell'inconscio di ciascuno, portando ad ogni nuovo ascolto verso costruzioni fiabesche, inquietanti ma irresistibili!

Comus:
Roger Wootton - chitarra, voce
Bobbie Watson - voce, percussioni
Glenn Göring - chitarra classica, elettrica, slide, tambourine, voce
Andy Hellaby - basso elettrico, voce
Colin Pearson - violino, viola
Rob Young - flauto, oboe, percussion

Discografia:
First Utterance (Dawn, 1971)
To Keep from Crying (Virgin, 1974)
lunedì, 14 aprile 2008

Il viaggio astrale sul pianeta Gong


Erano autentici squinternati, dotati di fenomenale talento musicale, quello che consente l'utilizzo di una moltitudine di strumenti, incastonati da una attitudine jazzistica che viene magistralmente abbinata a sonorità decisamente sperimentali. La fusione tra Canterbury e jazz-rock potrebbe far pensare immediatamente ai Soft Machine (da cui comunque proviene il leader), ma sarebbe un grave errore vedere altri elementi di contatto oltre a quelli indicati, poichè fortunatamente i Gong tracciano e percorrono una via fantastica, astrale e goliardica che non trova similitudini o affinità con nessun altro artista; o meglio, sono stati i primi ed unici a farlo in maniera sensazionale.
Dopo interessanti dischi d’esordio (per un ottimo approfondimento, si rimanda al blog di andy vitagliano che trovate nei link, sotto l’etichetta "progressive rock"), David Allen sforna una trilogia degna di Star Wars,
 la Radio Gnome Invisible, suddivisa in tre atti:


Part 1: Flying Teapot
Part 2: Angel's Egg
Part 3: You


In "Flying Teapot" (1973),



 inizia il racconto di una teiera volante, con dentro piccole creature verdi dotate di minuscole antenne costantemente connesse alle trasmissioni radio di Radio Gnome Invisible, provenienti dal pianeta Gong, che atterra sulle montagne del Tibet per incontrare tre rappresentanti del pianeta Terra (Mista T Being, Fred The Fish e Banana Ananda). La loro missione è quella di preparare il pianeta Terra all'arrivo di una numerosa colonia di Gonghiani nel 2032.
Ogni brano è perciò incastrato nella fantasiosa sequenza, che esalta meravigliosamente la fusione di genialità tra i componenti della band. Le lunghe scie strumentali sono intervallate da scherzosi giochi di parole, mantra onirici e la sensuale voce eterea di Gilli Smith, creando un mix perfetto ed entusiasmante!


Con "other side of the sky" si celebra l’inizio del secondo atto,
Angel’s egg” (1973),



in cui l’attenzione si sposta su Zero the hero, l’eroe terrestre acclamato in “sold to the highest buddha”, uno dei pochissimi brani che virtualmente potrebbe essere trasmesso da una radio. Per il resto, abbondano alchimie cosmiche, allusioni erotiche della Smith e percorsi strumentali con improvvisazioni jazzistiche; il tutto sembra infine degenerare nel terzo atto,
You” (1974),



in cui dominano tastiere e fasi sintetizzate rispetto a sax e chitarra, che si uniscono in strepitose cavalcate strumentali insieme al duo ritmico, come nelle strepitose
"Master Builde" e "A Sprinkling Of Clouds", per poi sciogliersi in "You Never Blow Yr Trip Forever", suite conclusiva dove rock e jazz si incastrano definitivamente in un finale che sembra tornare a sonorità più rockeggianti.

Da usare con cautela, possibilmente in ambienti con poco rumore circostante

Gong:
(formazione di Radio Gnome Invisible)
Daevid Allen - chitarra, voce
Gilli Smyth - voce
Steve Hillage - chitarra solista, slideguitar
Tim Blake - organo e tastiere, VCS3
Didier Malherbe - sax, flauto
Mike Howlett - basso
Pierre Moerlen - batteria, percussioni

Discografia:
Magick Brother (Affinity, 1969)
Continental Circus (Phillips, 1971)
Camembert Electrique (Byg, 1971)
Flying Teapot (Virgin, 1973)
Angel's Egg (Virgin, 1973)
You (Virgin, 1974)
martedì, 18 marzo 2008

Eric Burdon & the Animals


Un vero e proprio esempio di “emigrazione” musicale è rappresentato dalla svolta americana dell’eclettico Eric Burdon, che formò insieme ad Alan Price e Chas Chandler (successivamente ben noto quale mitico produttore di Hendrix) della gloriosa band inglese the Animals – che realizzò tra l’altro una splendida versione di "house of the rising sun" e la bellissima “W've gotta get out of this place”; infatti nel 1966, attratto dai miraggi psichedelici della summer of love, Burdon si trasferì guardacaso a San Francisco, ove seppe dar vita ai New Animals, o meglio agli Eric Burdon & the Animals, mediante l'ingaggio di ottimi musicisti, come Barry Jenkins e John Weider, provenienti dalle terre d’Albione con una notevole carica lisergica.

Il glorioso risultato di questa nuova avventura è rappresentato da

Winds of change (1967),


in cui i brani sembrano essere idealmente legati tra loro dalla rivoluzione psichedelica e, più in generale, dal desiderio di cambiamento che stava travolgendo l’establishment statunitense. L’inno che resta immediatamente impresso è senz’altro “San Franciscan nights”, che stilisticamente fa da ponte con la precedente edizione degli Animals, ed emergono agevolmente anche la title track, “anything”, “it’s all meat” e la versione nevrotica e agitata di “paint it black”; in “a girl named Sandoz” e in “yes, I’m experienced” è facilmente rintracciabile la nuova matrice tinta d’acido, col primo brano dedicato alla ditta produttrice di nuove sostanze chimiche e col secondo che risponde sfacciatamente al primo manifesto hendrixiano.

Nella successiva produzione discografica si segnalano con più facilità singoli pezzi come la superba “Monterey”, “sky pilot” o la lunghissima “New York 1963 – America 1968, anziché interi albums, nonostante sia talvolta consigliato The twain shall meet (1968).

La carriera dell’imprevedibile Burdon si caratterizzerà con l’ennesima svolta a sorpresa quando, nel 1970, deciderà di concludere la corrente Animals per legarsi al gruppo di punta della protesta nera, i War.


the Animals:
Eric Burdon - voce
Alan Price - tastiere
Hilton Valentine - chitarra
Bryan "Chas" Chandler - basso
John Steel - batteria

Discografia:
Animals (Columbia, 1964)    
Animal Tracks (Columbia, 1964)    
Animalisms (Decca, 1966)

Eric Burdon & the Animals:
Eric Burdon - voce
John Weider - chitarra
Vic Briggs - chitarra, piano
Danny McCulloch - basso
Barry Jenkins - batteria

Discografia:
Winds Of Change (One Way, 1967)    
Twain Shall Meet (One Way, 1968)    
Everyone Of Us (One Way, 1968)    
Love Is (One Way, 1969)
giovedì, 28 febbraio 2008

La psichedelia del tredicesimo piano



Prima band in assoluto ad utilizzare il termine “psichedelia” per descrivere la propria sonorità, in notevole e sconcertante anticipo rispetto a molti artisti contemporanei, i 13th Floor Elevators arrivarono dal Texas, guidati dal folle e pittoresco Rory Erickson, proponendo un atteggiamento ruvido e provocatorio nelle proprie esibizioni live e dei brani acidi, grezzi e paranoici, caratterizzati dai voli asfissianti realizzati con uno stranissimo strumento, il jug elettrico, costituito da una brocca di vetro con un microfono all’imboccatura, pare inventato proprio da uno di loro, Tommy Hall.  

Nel 1966 incisero un album che diventò l’immediato manifesto della corrente lisergica americana, che in breve tempo sarebbe clamorosamente esplosa in California,

The psychedelic sounds of


Aperto dalla travolgente “You’re gonna miss me”, che esalta sin dai primi ascolti, continua con impeto irriverente nell'acclarata missione di aprire la mente dell’ascoltatore e prepararla all’acido! Raggiungono perfettamente il loro intento con “roller coaster”, “reverberation”, “fire engine”, “monkey island”, “don’t fall down” e “kingdom of heaven”, dominate dall’ambientazione ossessiva creata dalle interpretazioni vocali di Erickson e dall’inquieto jug di Hall.

 
Di notevole spessore è anche il successivo

Easter everywhere (1967)


grazie ad una nuova sezione ritmica (con Galindo e Thomas), una maggiore accuratezza nelle composizioni e molti brani intensi, come la cover dylaniana “baby blue”, “slide machine”, “dust” e “she lives”.

Le attenzioni dei componenti si rivolgevano sempre più con maggiore insistenza alle sperimentazioni nell’uso dell’acido lisergico, distruggendo di fatto le promettenti ambizioni artistiche della band e portandola ad una rapida dissoluzione

 

The 13th Floor Elevators:
Rory Erickson – voce, chitarra
Stacy Sunderland – chitarra
Tommy Hall – jug elettrico, voce
Benny Thurman – basso (primo album)
John Walton – batteria (primo album)
Dan Galindo – basso (secondo album)
Danny Thomas – batteria (secondo album)

Discografia:
The psychedelic sounds of the 13th floor elevators (IA, 1966)
Easter everywhere (IA, 1967)


mercoledì, 27 febbraio 2008

Dove scorre il Mad River


Tra le bands che hanno saputo incidere un gran disco, senza però mai  riuscire ad emergere dall'anonimato, restando  perennemente avvolti dall'alone dell'oscurità, si stagliano indubbiamente i Mad River, californiani della Bay Area che avevano innato il senso delle lunghe jams chitarristiche, percorrendo strade psichedeliche, ma rappresentandone il lato più cupo e paranoico.
Il loro album omonimo del 1968



presenta infatti una sequenza di brani in chiave minore, che esprime perfettamente una inquietudine ed una frenesia intense, con poco spazio per suggestive e colorate sonorità più propriamente hippy. Spiccano decisamente "Eastern light" "Wind chimes", e "War goes on", in splendida sequenza al centro, ove si apprezza tutto il loro stile che alterna scale strumentali vertiginose a momenti dominati dalla imponente voce di Hammond; il disco però non concede alcuno spazio riempitivo: ottimo è infatti l'inizio, con "Merciful monks", "High all the time", e la nevrotica e inverosimile "Amphetamine gazelle", mentre la chiusura è affidata al breve sussurro di "Hush Julian".
Già nel '69 sparisce ogni loro traccia: solo un tentativo di country folk (con l'album Paradise bar & grill) viene provato, prima dell'inevitabile scioglimento

Mad River:
Lawrence Hammond - voce, chitarra
David Robinson - chitarra
Rick Bockner - chitarra, voce
Thomas Manning - basso, voce
Greg Dewey - batteria

Discografia:
Mad river (Capitol, 1968)


lunedì, 04 febbraio 2008

Un tuffo nelle origini dell'american sound


Un tuffo inebriante (è proprio il caso di dirlo) nelle sonorità che hanno dato la svolta al giovane movimento rock, ancora immaturo e quasi innocente, permette di immergerci nelle deliziose acque della melodia, esaltata sin dai primi anni '60 dai talentuosi Beach Boys di Brian Wilson. Proprio gli strepitosi, sorridenti e irresistibili autori di "Surfin' USA", "Barbara Ann", "Good vibrations" o "Fun fun fun" hanno dato una spinta decisiva alla crescita del rock grazie allo straordinario

Pet sounds del 1966

 

Apre la splendida “Wouldn't It Be Nice”, forse il brano che maggiormente si riaffaccia alle classiche canzoni del passato che li han resi celebri, insieme alla bellissima “I Know There's an Answer” ed alla tradizionale “Sloop John B.”, mentre nelle altre si delinea una melanconia, un’inquietudine del tutto sconosciute nella loro precedente produzione: in particolare mi riferisco a You still believe in me”, “That's not me”, "Don't talk", “I'm waiting for the day”, “God only knows” e “Caroline no”. Altro punto di svolta è merito della ricca strumentazione sinfonica presente nelle tracce, che sviluppa un nuovo scenario in cui si incastra a meraviglia la sezione vocale, fino ad amalgamarsi e confondersi totalmente: il lavoro compositivo appartiene quasi per intero al genio di Brian Wilson, che per gli arrangiamenti dei pezzi si affidò al lavoro in coppia col talentuoso Tony Asher per dar vita ad un album senza tempo.

 

Sempre il ’66 vide la ribalta di un duo straordinario, che grazie all’innesto del folk, voci sublimi accompagnate da sole chitarre e qualche sprazzo elettrico, ci han regalato un vero manifesto dell’epoca:  Simon & Garfunkel, legati           indissolubilmente al successo del film “il laureato”, intuirono ed interpretarono al meglio l’inquietudine e lo smarrimento che fremevano all’interno di ogni giovane, “tradotto” infallibilmente nel Sound of silence

 

La title track, pezzo d’apertura del disco, non ha bisogno di presentazioni né di elogi, essendo semplicemente incommensurabile; sul suo stesso livello si collocano “I am a rock”, brano di chiusura, nonché l’angosciante “April come she will”; spiccano indubbiamente “Kathy’s song”, “Leaves that are green” e la strumentale “Anji” quali elementi di un album che scivola con straordinaria facilità, senza mai scadere in sequenze banali né in brani meramente canticchiabili, merito delle ottime capacità compositive cui è dotato Paul Simon.

E’ la colonna sonora del film “il laureato


a contenere alcuni dei brani più celebri del duo: a parte la riproposizione di “sound of silence”, infatti, sono presenti sia “Mrs. Robinson” che "Scarborough Fair"; ma anche il campione d'incassi

"Bridge over troubled water"


si fa notare grazie alla ben nota title track, "Cecilia" e "the boxer"


Restando in tema di “origini” dobbiamo doverosamente transitare attraverso una band che ha incarnato quasi in ogni sua nota le sonorità provenienti dalle proprie radici, condensando  rockabilly, country, blues, gospel e r&b in un lavoro irripetibile: ecco The Band, da sempre presente nei locali di anonime cittadine americane sin dai primissimi anni ’60, per poi fare il salto di qualità grazie all’amicizia tra il chitarrista Robbie Robertson ed un certo Bob Dylan; questi diventerà un coautore del gruppo, con qualche presenza anche al momento dell’incisione, mentre la Band lo accompagnerà in diversi tour in tutto il mondo. Il lavoro di riferimento,

Music from big pink (1968)

 

viene sfornato proprio in un lungo periodo di pausa dall’attività on stage e merita di essere citato già soltanto per i tanti artisti che ha inspirato (Fairport Convention, Grateful Dead, Rolling Stones, tanto per citarne qualcuno), oltrechè per gli ottimi contenuti: “tears of rage”, “the weight” e “I shall be released” sono i brani da antologia del rock, che contraddistinguono nei successivi decenni il tipico sound americano (affiancato dal celebre Sound psichedelico di San Francisco), con "in a station", "caledonia mission" e "chest fever" che tengono alta l’andatura di un disco che appare, dopo i primi ascolti, tanto melodico, quasi ai limiti del mieloso, ma che poi sa assestarsi tra gli elementi scelti periodicamente e puntualmente, poiché suona ogni volta in modo diverso, inacciuffabile e indefinito

 

The Beach Boys:
Brian Wilson - basso, tastiera, voce
Mike Love - voce
Carl Wilson - chitarra, voce
Al Jardine - chitarra, voce
Dennis Wilson - batteria

Discografia:
All Summer Long (Capitol, 1964) 
The Beach Boys' Christmas Album (Capitol, 1964) 
The Beach Boys Today! (Capitol, 1965)  
Summer Days (and Summer Nights!!) (Capitol, 1965)  
Beach Boys' Party! (Capitol, 1965) 
Pet Sounds (Capitol, 1966)
Smiley Smile (Capitol, 1967) 
Wild Honey (Capitol, 1967) 
Friends (Capitol, 1968) 
Stack-O-Tracks (Capitol, 1968)
20/20 (Capitol, 1969)
Sunflower (Capitol, 1970) 

Simon & Garfunkel:
Paul Simon – voce e chitarra
Art Garfunkel – voce e chitarra

Discografia:
Wednesday Morning, 3 A.M. (Columbia, 1964)
Sounds of Silence (Columbia, 1966)
Parsley, Sage, Rosemary and Thyme (Columbia, 1966)
The Graduate Original Soundtrack (Columbia, 1967)
Bookends (Columbia, 1968)
Bridge Over Troubled Water (Columbia, 1970)

The Band:
Robbie Robertson – chitarra e voce
Rick Danko – basso e voce
Richard Manuel – tastiere e voce
Garth Hudson - tastiere
Levon Helm – batteria

Discografia:
Music From Big Pink (Capitol, 1968)
The Band (Capitol, 1969)
Stage Fright (Capitol, 1970)
Cahoots (Capitol, 1971)
Rock Of Ages (Capitol, 1972)


giovedì, 24 gennaio 2008

Un po' di sano rock


Al centro della scena rock-blues incontriamo la tipica band che si è fatta notare per qualche ottimo brano e un disco, che è durata pochissimo e che racchiudeva in sè un'alchimia tra i componenti che permetteva di  superare i limiti tecnici individuali. Insomma, i Free non possono reggere in alcun modo un "confronto" con mostri leggendari tipo Led Zeppelin o gli Who, e hanno avuto l'accortezza di non cimentarsi in un campo non congeniale, bensì han preferito veleggiare presso porti tranquilli e ammiccanti, meritando ugualmente un posto al vertice grazie ai risultati ottenuti.
L'album di riferimento si chiama
Fire and water (1970),

e piazza all'inizio e alla fine i pezzi clou, la track-list e "all right now", brano dal riff così famoso (secondo solo a smoke on the water) da essere oltremodo coverizzato nei decenni. Si tratta di un rock-blues semplice, quasi essenziale, fatto di ballate e di qualche pezzo più duro, ma senza mai svoltare verso direzioni uniche o mai intraprese dai predecessori. Per questo i Free si ascoltano con piacere, conquistano facilmente l'attenzione, ma non riescono a diventare "punto di riferimento", nè sconvolgere con scariche emozionali.



All'opposto decisamente troviamo gli Allman Brothers Band, ovvero i fratelli americani Gregg e Duane, eccelsi musicisti, che davano nelle esibizioni live il meglio di sè ai limiti delle umane possibilità, il primo che spadroneggiava all'organo hammond, piazzando qua e là una voce roca e avvolgente, il secondo che tirava fuori note impensabili e laceranti dalla chitarra slide. La sintesi perfetta e irraggiungibile della loro arte è racchiusa nel perfetto
The Fillmore Concerts (1971)

in cui brani all'origine di tre-quattro minuti esplodono in esecuzioni favolose e sensazionali, grazie a doti che avevano ben pochi rivali. Infatti, benchè si tratti di un continuo alternarsi ed inseguirsi di assoli, il sound creato da tutti i componenti rimane in ogni caso compatto: ciascuno sa dare il meglio e contemporaneamente fa da supporto alla creatività dell'altro. Un esempio perfetto si ritrova nella loro traccia più famosa,
Whipping post, che in origine era di cinque minuti ma qui si estende ai venti, individuata dal riff concentrico ma che diverge in sequenze musicali multicolori, cantata con irruenza e passione e avvolta di assoli che rapiscono completamente gli inerti spettatori. Il doppio disco scivola così in un attimo, desideroso poi d'esser riascoltato, proprio perchè non cade mai nel virtuosismo inutile e palloso, ma sa essere in ogni trovata favoloso e sorprendente!


Non si può proprio procedere oltre senza soffermarsi doverosamente e piacevolmente sui mitici Traffic, caratterizzati da quel prodigio di Steve Winwood, poliedrico musicista sempre desideroso di varcare nuovi confini musicali, arricchendo il proprio repertorio con diversi generi ed influenze in epoca in cui il rock era tutt'altro che definito. Grazie all'incontro, contemporaneamente fortunato e sfortunato col chitarrista/compositore Dave Mason, un nuovo sound esplode, indefinito e affascinante in Mr. Fantasy (1967)

già ricco di psichedelia e miscele di soul e jazz: "Si parte con "Heaven Is In Your Mind" e il suo inconfondibile intro di pianoforte, sax e flauto. Entra la voce di Stevie e quei finali di strofa allungati a dismisura, quasi si trattasse di un mantra. "Berkshire Poppies" stempera l'atmosfera sognante: giocoso e scanzonato, il brano si slega nuovamente in tempi dispari (6/4 della strofa e 4/4 del ritornello), svisate di pianoforte e tre falsi finali. E' il turno di Dave Mason che con la sua "House For Everyone" lascia tornare echi di folk psichedelico. Stupendo l'intro con i nastri "al contario" e quell'effetto di carillon campionato. "No Face, No Name, No Number" è una delle prime ballate psichedeliche inglesi, con l''efficace arpeggio di chitarra acustica a precedere il sensuale cantato di Winwood, una canzone bifronte, impalpabile, proprio come la ragazza evocata nel titolo.Quando arriva "Dear Mr. Fantasy", siamo ormai nel cuore dell'album. Batteria solida e quadrata, riff di chitarra e armonica a ricamo, grandissima prestazione bluesy di Stevie, con Mason  che offre la miglior parte di chitarra". Sul finale, spiccano decisamente "Coloured rain" e "giving to you" in quello che è decisamente un capolavoro immancabile. 

I contrasti tra Winwood e Mason  creano un clima irrespirabile, che spinge ben presto il chitarrista a tentare un percorso personale mentre i tre  continuano sotto l'effige Traffic, dimostrando  buona creatività soprattutto in un lavoro folk basilare,

John Barleycorn must die (1970)



 

 

Free:
Paul Rodgers - voce
Paul Kossoff - chitarra
Andy Fraser - basso
Simon Kirke - batteria

Discografia:
Tons of sobs (Island, 1968)
Free (Island, 1969)
Fire and water (Island, 1970)
Highway (Island, 1970)
Free live! (Island, 1971)


Allman Brothers Band:
Gregg Allman - voce, organo hammond
Duane Allman - slide guitar
Richard "Dickey" Betts - chitarra
Berry Oakley - basso
Butch Trucks - batteria e percussioni
Jay "Jaimoe" Johanson - batteria e percussioni

Discografia:
The Allman Brothers Band (Capricorn, 1969)
Idlewild South (Capricorn, 1970)
The Fillmore Concerts (Capricorn, 1971)


Traffic:
Steve Winwood - pianoforte, organo, voce, chitarra
Dave Mason - chitarra e voce
Chris Wood - flauto
Jim Capaldi - batteria

Discografia:
Mr. Fantasy (Island, 1967)
Traffic (Island, 1968)
John Barleycorn Must Die (Ua, 1970)

giovedì, 17 gennaio 2008

Alla fine venne la new wave


Nell'affannosa esplorazione dei vari movimenti-correnti-periodi musicali che non sono "classic rock", "progressive rock", "psychedelic rock" né rock'n'roll (iniziata e proseguita a tentoni, nella vana ricerca di qualcosa che suonasse appetibile ad un vetero-rockettaro quale il sottoscritto), è decisamente meritevole di approfondimento la cosiddetta new wave, che visse il proprio periodo dorato tra il '77 e l'80 e che per molteplici aspetti affonda le radici e ha tratto ispirazione a piene mani da band e personaggi del precedente decennio (David Bowie, Iggy pop e gli Stooges, Lou Reed e i Velvet Underground su tutti). E si sente: alla base c'è sempre un ottimo e capace manipolo di efficaci suonatori, senza però limitarsi a seguire tracce già abbondantemente pestate, bensì arricchendo il lavoro con il suono e le influenze nevrotiche ed irrequiete di fine seventies.

Su tutti spiccano in modo inaudito:

Patti Smith, la poetessa del rock, che ha addirittura preceduto e dato vita alla nuova ondata, e che nel 1975 ha inciso una fenomenale pagina,

Horses

che dal pezzo di apertura "Gloria", cover dei Them di Van Morrison, a "Birdland", col testo improvvistato in studio, dalla chitarra di Verlaine in "Break it up" al finale elegiaco, incanta e stravolge con una rude e malinconica bellezza;
i Television, guidati dal mastodontico chitarrista Tom Verlaine, che nel 1977 han impresso il proprio nome nella storia del rock grazie al capolavoro

Marquee Moon,


struggente e perfetto da "See no evil" a "Torn curtain", passando per "venus", "friction", "elevation" e soprattutto per la title track, ricco di "basi blues, riff irresistibili ricchi di arpeggi, feedback, tremoli e glissati, assoli bizzarri, vagamente jazzati che strizzano l'occhio anche ad alcune suggestioni orientali reinventano, di fatto l'uso della chitarra elettrica nella musica rock, facendone la loro "voce", proprio nel mezzo di una stagione - quella del punk - che aveva messo al bando gli assoli di chitarra";
infine i Pere Ubu
, decisamente immensi nel loro manifesto,

The Modern Dance (1978),



che trova nella traccia iniziale, "Non alignment pact", il proprio cardine, fino a svilupparsi in impervi, drammatici e inaspettati sentieri dell'assurdo, con tracce come la title track, "chinese radiation", "laughing", "over my head" o "humour me".

Patti Smith
Discografia:
Horses (Arista, 1975)    
Radio Ethiopia (Arista, 1976)    
Easter (Arista, 1978)    
Wave (Arista, 1979)

Television:
Tom Verlaine - voce e chitarra
Richard Lloyd - chitarra
Fred Smith - basso
Billy Ficca - batteria

Discografia:
Marquee Moon (Elektra, 1977)
Adventure (Elektra, 1978)

Pere Ubu:
David Thomas - voce
Tom Herman - chitarra
Allen Ravenstine - tastiera, sintetizzatore
Tony Maimone - basso
Scott Krauss - batteria

Discografia:
The Modern Dance (Geffen, 1978)    
Datapanik In The Year Zero (anthology) (Atlantic, 1978)    
Dub Housing (Rough Trade, 1978)    
New Picnic Time (Rough Trade, 1979)

martedì, 01 gennaio 2008

Secondo tempo


Un cambiamento che ha apportato una leggera variazione del modo personale di intendere e gustare il panorama del rock l'ho avuto appena superata una "frontiera" che credevo non fosse mai possibile abbattere!
Dai Doors ai Pink Floyd, dai Beatles ai Led Zeppelin, dai Jefferson Airplane agli Who, ho sempre avuto come punto di riferimento irrinunciabile quel nucleo centrale di strumentazione - chitarra, basso e batteria, cui si aggiungevano a piacere altri elementi - che rapiva (e ovviamente rapisce anche oggi) la mia attenzione e che aveva pienamente caratterizzato la stragrande maggioranza dei miei ascolti, relegando tutto il resto - dal rumorismo all'elettronica - a quella sfera di "non rock" che non volevo conoscere, specie perchè sulle prime mi lasciava bellamente indifferente.
Provando ora a risalire al momento esatto dell'accettazione di "altra roba", che taluno definiva musica e che a me pareva soltanto un casuale accostamento di rumori, mi rendo conto che non vi è stata una precisa folgorazione, ma al contrario ero dinanzi ad un muro che, mattone dopo mattone, ha iniziato a sgretolarsi, facendomi accettare giorno dopo giorno nuove sonorità, altre espressioni musicali, svariati compromessi musica-rumore, finchè mi son ritrovato a "gustare" qualche album per intero!

La diga ormai aveva gli argini devastati, eppure era rimasta ben salda nella sua struttura. Quella che appariva come la più grande ed irrisolvibile contraddizione nella mia “sistematica del rock” s’è invece adattata ed inserita perfettamente nel riquadro generale, aggiungendo tinte e sfumature che prima erano completamente assenti. Non è un caso, infatti, se l’apice di importanti tematiche musicali (come kraut rock, avanguardia, kosmische musik, elettronica, new wave) è avvenuto in piena età aurea: in alcuni casi, si è trattato solo di incipit recepiti alcuni anni dopo, come le sonorità di Velvet Underground, David Bowie, Stooges, Silver Apples; in altri casi, invece, già dai primi istanti del ’70 ci si imbatte in quelle opere prime e subito fondamentali che han generato interi filoni o son rimasti come fari isolati ed irripetibili.


Quali esponenti perfetti del nuovo meccanismo cervellotico/spirituale, son da menzionare per primi i

Popol Vuh,


progetto astratto di tal Florian Fricke, ex critico e regista cinematografico, personaggio mistico, appassionato  in ricerche su testi sacri di diverse religioni. Difficile descrivere il loro ambito, nonchè le personali sensazioni che sapevano creare, perciò mi affido a penne più esperte, che esaltano le “forme un'inedita formula di rock metafisico, fatto di suoni eterei e accordi celestiali, un misticismo acustico che unisce antico e moderno, sacro e profano, in un anelito di pace e d'estasi”. Il loro album che non esito a definire eclatante è certamente “Hosianna mantra” del 1972:


  “fin dai primi ascolti, sono due le cose che colpiscono: la prima è l’assoluta assenza di percussioni, che bagna i brani di un’a-temporalità fluida, poetica e trascendente; la seconda è la potenza d’amore sprigionata dalle otto tracce: un amore altro, divino, fortemente interiorizzato; un amore sincero e puro per tutto ciò che è vita. "Hosianna Mantra" è l’esperire la vita nel mentre di una contemplazione d’amore cosmico. In questo senso, i Popol Vuh passarono da una kosmische musik claustrofobica e futurista a una kosmische musik ecumenica e sacrale, che anticipava certa new age immaginifica”. Serve aggiungere altro?

Il lavoro precedente, In den garten pharaos (1972),


composto da sole due tracce, è decisamente più ostico, poichè “tra lo scrosciare dell'acqua, si fanno spazio rumori ambientali, percussioni filtrate e "liquide" e onde sinusoidali che dipingono un tenebroso affresco a-temporale, un vero e proprio rituale, dove la partecipazione dell'ascoltatore deve essere altamente "attiva", pena la dispersione di gran parte delle capacità purificatrici della musica”; insomma, non il massimo del coinvolgimento se non si trova immediatamente quella chiave di lettura interiore assolutamente necessaria in simili occasioni (e ad oggi ancora fatico ad arrivare alla fine dell’album).

 

Restando in Germania, nel medesimo periodo erano in auge i

Tangerine Dream,


definiti come “i massimi rappresentanti della kosmische musik, quella straordinaria "new wave" elettronica esplosa in Germania all'alba degli anni Settanta. Una scena composta da musicisti veri, spesso con un background classico alle spalle, che riuscirono a dare un nuovo senso all'uso di tastiere e sintetizzatori nel campo della musica, spostando il baricentro del rock psichedelico dal centro della mente alla periferia dell'universo” e che han saputo conquistarmi grazie al galattico

Zeit” (1972),


fatto solo sui sintetizzatori elettronici che danno vita a un vortice di dissonanze, echi, riverberi, rumori e distorsioni elettroniche, sospeso nel vuoto dell'assenza totale di ritmo. Avverto che si tratta davvero di roba strana, che crea un rapporto assolutamente astratto coi neuroni dell’ascoltatore e mi è impossibile spiegare cosa effettivamente m’abbia attratto; ho iniziato a far ruotare qualche brano mentre ero al computer, quando è sufficiente un sottofondo anche poco impegnativo, e col tempo questo legame diventava sempre più indissolubile, poichè pareva che quei suoni fossero generati proprio dai byte e dalla scheda madre, relazionandoli all’attività che stavi svolgendo e al variabile stato d’animo che fluttuava in quei momenti. Il ruolo principe svolto dall’alchimia è confermato dalla incurante indifferenza causata dall’ascolto di “Phaedra” (1974),


ma non mi stupirei se, tra qualche ascolto, una qualche scintilla spuntasse all’improvviso.

 

La prima ed irripetibile triplice si spinge fino ad includere i Residents,


degnamente ricordati come i Signori dell’oscurità, per il “loro maniacale occultamento dell’identità anagrafica, e dall’autoesclusione dai circuiti musicali irradiati dai riflettori del mainstream”. Fautori di un’avanguardia purissima, hanno colpito la mia attenzione con Not available,


composto nel 1974 ma reso disponibile soltanto quattro anni dopo; lugubre, angosciante, macabro: disperato è senz’altro come si ritrova l’ascoltatore dopo aver resistito per tutto il viaggio intrapreso durante le cinque tracce (Edweena, Making of a Soul, Ship's A'going Down, Never Known Questions, Epilogue); eppure le melodie allungate, la sonorità unica e particolare, i bassi battiti mischiati ad una vocina aspra e distorta creano una voragine che ti inghiotte senza tregua, mostrando “un lungo testamento di iniziati, di eletti alla conoscenza del terrificante mistero dell’esistenza”. Resta da esplorare l'acerrimo

"Meet the residents" (1974)

atroce sin dalla deturpazione della copertina, ma basato su quelle sonorità da cui si dovrebbe stare alla larga, ma che, per ragioni criptiche ed incomprensibili, sembrano esser richieste quali tributi una tantum dai tarli del nostro subconscio, che ci lacerano dall'interno...

Restatene alla larga!

 

Popol Vuh:
Florian Fricke - tastiere, piano, organo
Frank Fiedler - sintetizzatore
Holger Trulzsch - percussioni
Djong Yun - voce (terzo album)
Conny Veit - chitarra (terzo album)
Klaus Wiese - tamboura (terzo album)
Robert Eliscu - oboe (terzo album)
Fritz Sonnleitner - violino (terzo album)

Discografia:
Affenstunde (Liberty, 1970)    
In Den Garten Pharaos (Pilz, 1972)    
Hosianna Mantra (Pilz, 1972)    
Seligpreisung (Kosmiche, 1973)    
Aguirre (soundtrack, Barclay, 1974)

Tangerine Dream:
Edgar Froese
Conrad Schnitzler (primo album)
Klaus Schultze (primo album)
Steve Schroyder (dal secondo album)
Christopher Franke (secondo album)
Hans Peter Baumann (dal terzo album)

Discografia:
Electronic Meditation (Relativity, 1970)    
Alpha Centauri (Relativity, 1971)
Zeit (Relativity, 1972)
Atem (Relativity, 1973)
Phaedra (Virgin, 1974)
Rubycon (Virgin, 1975)


The Residents
Discografia:
Meet the Residents    (East Side Digital, 1974)
Fingerprince    (East Side Digital, 1976)
Duck Stab        (East Side Digital, 1978)
Not Available    (Ralph, 1978)
Eskimo        (Euro Ralph, 1979)
Please Do Not Steal It!    (Ralph, 1979)
The Commercial Album (East Side Digital, 1980)